Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

Megumi Yokota e gli altri: i giapponesi rapiti dalla Corea del Nord

Tra gli anni ’70 e gli anni ’80 alcuni cittadini giapponesi furono rapiti da agenti nordcoreani in città costiere. Quale fu il motivo dei rapimenti? E qual è stato il destino dei rapiti?

Agli inizi di giugno, in Giappone, si è parlato molto della morte di Shigeru Yokota, un nome che probabilmente vi dirà molto poco, ma che in patria è legato indissolubilmente ad una storia tanto assurda quanto dolorosa, ovvero quella dei cittadini giapponesi rapiti dalla Corea del Nord tra gli anni ’70 e gli anni ’80.

Shigeru Yokota, deceduto il 5 giugno all’età di 87 anni, era il padre di Megumi Yokota, una ragazzina di 13 anni della città costiera di Niigata, appassionata di badminton e amante della natura e dell’aria aperta. Fu proprio mentre tornava da uno dei quotidiani allenamenti di badminton che la ragazzina sparì nel nulla. Era il 15 novembre 1977. Da quel momento in poi, per la famiglia Yokota si sono dipanati 43 anni di attesa che non hanno ancora portato ad una risposta concreta.

Bandiere della Corea del Nord {(stephan) via flickr}

Inizialmente, i rapimenti di cittadini giapponesi da parte della Corea del Nord vennero visti come una teoria del complotto e strenuamente negati dalla Corea del Nord e da ambienti ideologicamente vicini al regime di Pyongyang, come ad esempio l’associazione Chongryon, che raccoglieva immigrati coreani in Giappone che avevano preso la cittadinanza nordcoreana. Tutto cambiò nel settembre del 2002 quando, durante il primo summit tra Giappone e Corea del Nord, l’allora leader Kim Jong Il ammise che il suo paese aveva rapito 13 cittadini giapponesi, di cui 4 erano vivi, 8 erano deceduti e per uno di essi non era possibile confermare l’ingresso nel paese. Fu inoltre rivelato il rapimento di Hitomi Soga, che non era nella lista del governo giapponese. Soga, dichiarata ancora in vita, fu rapita con la madre, per cui però non poteva essere confermato l’ingresso in Corea del Nord. Il Giappone ha invece identificato 17 vittime, più circa 800 casi per cui “il coinvolgimento della Corea del Nord non può essere escluso”.

Lo studioso Andrei Lankov sostiene che la rivelazione di Kim Jong Il fu un grandissimo errore strategico: la volontà di normalizzare i rapporti col Giappone, per ottenere aiuti economici che avrebbero dovuto aiutare il paese all’indomani della terribile carestia che lo colpì, provocò invece un inasprimento dei rapporti tra le due nazioni.

Il 15 ottobre del 2002 fu permesso a 5 dei rapiti di tornare in Giappone: si trattava della già citata Hitomi Soga e di due coppie, Yasushi e Fukie Chimura e Kaoru e Yukiko Hasuike. Questi sarebbero dovuti tornare in Corea del Nord dopo una settimana e, per assicurarsi di ciò, il regime nordcoreano trattenne i figli dei rapiti nel paese. Il 24 ottobre però il governo giapponese annunciò che i 5 sarebbero rimasti in Giappone e chiesero il ricongiungimento con i figli.

Ma per quale motivo la Corea del Nord aveva cominciato a rapire cittadini giapponesi? Secondo quanto rivelato da ex agenti della Corea del Nord e dai rapiti stessi, inizialmente si puntava ad un’operazione di indottrinamento in modo da formare delle spie, ma questo progetto fallì quando due donne libanesi, che avevano subito l’indottrinamento, fuggirono durante un viaggio a Belgrado nel 1979. In seguito, si decise di utilizzare i giapponesi per insegnare la lingua agli agenti nordcoreani, in modo che questi potessero avere una copertura. Questo programma ebbe fine quando fu arrestata Kim Hyon Hui, un’agente nordcoreana responsabile dell’attentato del volo Korean Air 858 del 1987. La donna, che per salire sul volo si spacciò per una cittadina giapponese, ammise di aver imparato la lingua grazie ad un cittadino giapponese rapito. Un altro motivo per cui venivano rapiti i giapponesi era il furto d’identità.

Ma torniamo a Megumi Yokota: cosa ne fu della tredicenne? La Corea del Nord sostenne che la ragazza morì suicida nel 1993, ma un altro rapito rivelò di averla vista in vita fino alla primavera dell’anno successivo. Nel 2004 la Corea del Nord restituì al Giappone quelli che dovevano essere i resti della ragazza, ma l’esame del DNA dimostrò che non erano i suoi. Anche i certificati di morte erano stati falsificati, così come tutti quelli delle 8 persone rapite dichiarate decedute. I genitori di Megumi hanno sempre creduto che la loro figlia fosse viva e hanno lottato strenuamente per il suo ritorno a casa. Nel 1997, insieme ad altri parenti di persone rapite, hanno fondato l’Associazione delle famiglie delle vittime rapite dalla Corea del Nord e, negli anni, hanno incontrato figure di spicco nel panorama politico mondiale in modo da far conoscere la loro vicenda. L’età avanzata ha però messo un freno ai loro sforzi. Con la morte di Shigeru Yokota, la vicenda dei giapponesi rapiti dalla Corea del Nord è tornata alla ribalta sulle testate giapponesi, ma allo stesso tempo è scomparso uno dei più strenui sostenitori della causa.

C’è però un lato nascosto in questa vicenda. Il New York Times sostiene infatti che il caso dei giapponesi rapiti dalla Corea del Nord sia stato strumentalizzato dal partito del premier Shinzo Abe, il Partito Liberale Democratico, per avanzare un’agenda che mette in primo piano l’abolizione della Costituzione pacifista e un ritorno al nazionalismo. Lo storico dell’università di Osaka Yoneyuki Sugita si è così espresso sulla questione:

“Il primo ministro Abe sta usando questa questione per cercare di portare avanti certi obiettivi politici. La Corea del Nord è malvagia, e per rispondere contro di essa, sta di fatto dicendo che il Giappone debba revisionare la sua Costituzione e promuovere il patriottismo nelle scuole. Questa è la direzione verso cui sta spingendo questo paese. In questo ha avuto molto successo.”

Certamente, una vicenda così delicata non può essere del tutto invalidata a causa delle intenzioni non proprio limpide di alcuni. I cittadini giapponesi (e non solo) rapiti sono stati strappati alle loro vite contro la propria volontà ed è giusto che la comunità internazionale faccia pressione sulla Corea del Nord affinché questa chiarisca ogni aspetto della vicenda e liberi i cittadini stranieri ancora sotto il suo controllo.

Fonti:
Headquarter for the Abduction Issue
Kyodo News
The Japan Times
Washington Post
The New York Times
VOA
The Real North Korea: Life and Politics in the Failed Stalinist Utopia (pp 24-26)
NHK World

Film e libri per capire il razzismo negli Stati Uniti

In questo articolo vi propongo alcuni film, documentari, libri e serie tv che possono aiutare a comprendere il contesto degli Stati Uniti in relazione al tema del razzismo.

In questi giorni gli Stati Uniti sono infiammati dalle proteste per la morte di George Floyd, un uomo afroamericano di 46 anni ucciso dalla polizia a Minneapolis, nello stato del Minnesota. Le proteste hanno raggiunto tutti i 50 stati e la loro eco ha superato i confini americani. Per noi europei può essere però difficile capire la vera portata di questo movimento se prima non comprendiamo in cosa consiste il razzismo sistematico che caratterizza le istituzioni in America. Sicuramente sono stati scritti saggi su saggi sul tema, ma vorrei concentrarmi su media di largo consumo che possano darci un’idea di quale sia la situazione degli afroamericani negli Stati Uniti, dall’epoca dello schiavismo ai giorni nostri.

Cartello in supporto del movimento Black Lives Matter {Tony Webster via flickr}

The Hate U Give – Angie Thomas (Libro)
Si tratta di un libro pubblicato nel 2017, quindi molto recente. Racconta la storia di Starr Carter, una ragazzina afroamericana di 16 anni che vive in un quartiere a maggioranza nera, ma frequenta una scuola privata in cui la maggior parte degli studenti sono bianchi. Starr vive questa sua doppia vita come un dissidio, dovendo ad esempio cambiare il modo in cui parla a seconda del contesto in cui si trova. Un giorno Starr si troverà a vivere sulla sua pelle la violenza che la polizia riversa sugli afroamericani: quando sei nero in America, qualsiasi incidente, anche il più banale, può trasformarsi in tragedia. Questo evento avrà un impatto fortissimo sulla sua vita e la porterà a diventare un’attivista. Il libro, pur raccontando una storia di fantasia, si rifà alle moltissime vicende che hanno portato alla nascita di movimenti come il Black Lives Matter e, attraverso l’empatia che sentiamo nei confronti dei personaggi, ci porta a comprendere meglio il contesto reale degli Stati Uniti.

XIII Emendamento – Ava DuVernay (Documentario)
Documentario presente su Netflix, illustra in modo chiaro e coinvolgente la storia del sistema carcerario negli Stati Uniti. Secondo la regista, questo è un chiaro discendente della schiavitù, abolita solo formalmente alla fine della Guerra Civile. Non potendo più disporre di schiavi, attraverso l’imprigionamento degli afroamericani si poteva ottenere del lavoro gratuito. Ancora oggi, la maggior parte dei prigionieri in America sono afroamericani, soprattutto appartenenti agli strati più poveri della società e sproporzionatamente accusati di crimini non violenti come lo spaccio di droga. Con l’avvento delle carceri private, inoltre, è nato un vero e proprio business in cui più persone vengono imprigionate, maggiori sono i guadagni.

When They See Us – Ava DuVernay (Miniserie)
Miniserie creata per Netflix, When They See Us racconta la storia vera di cinque ragazzi afroamericani che, nel 1989, vennero falsamente accusati di un terribile stupro avvenuto a Central Park ai danni di una donna bianca che faceva jogging. Nel film possiamo vedere come l’accusa veda i ragazzi come colpevoli a priori, arrivando a estorcere confessioni false attraverso la manipolazione psicologica e la violenza. Seguiremo passo passo le vite dei protagonisti fino al momento in cui verrà trovato il vero colpevole: nessuno, però, potrà ridare loro gli anni perduti in carcere.

What Happened, Miss Simone? – Liz Garbus (Documentario)
Eunice Kathleen Waymon è una bambina talentuosa: impara a suonare il piano in chiesa e la sua bravura fa breccia nei cuori di un’intera comunità, che si prodiga perché possa continuare a prendere lezioni. Il sogno di Eunice è quello di diventare una pianista classica, ma questo suo sogno si dovrà presto scontrare con la realtà, perché Eunice è una ragazzina afroamericana nel pieno del periodo della segregazione razziale. Non potendo studiare musica classica ad alti livelli, Eunice si dedica al jazz, cambia nome in Nina Simone e diventa una delle voci più potenti e sconvolgenti della storia della musica. Nina non ha un carattere facile, la sua rabbia si scaglia contro i potenti responsabili della sofferenza della sua comunità. Questo documentario, attraverso la storia personale di Nina Simone, ci illustra il contesto delle lotte per i diritti civili di cui la cantante diventò una delle voci più forti e riconoscibili. Se volete un assaggio di quello che vedrete in questo documentario, andate ad ascoltare la versione di Nina Simone di “Strange Fruit”, canzone che parla dei linciaggi che subivano gli uomini neri: la rabbia profonda di Nina vi perseguiterà per molto tempo.

Il diritto di contare – Theodore Melfi (Film)
La storia di tre donne straordinarie nell’America della segregazione. Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson sono tre donne incredibilmente intelligenti: le tre lavorano come calcolatrici umane (i computer venivano sviluppati proprio in quel periodo) per la NASA. Nonostante le loro brillanti menti, le tre donne sono relegate ad una posizione marginale a causa del colore della loro pelle, ma con il loro talento riusciranno a dare contributi importantissimi alla scienza. Attraverso la storia di Katherine, Dorothy e Mary possiamo osservare il sistema della segregazione e gli effetti che aveva sulle vite degli afroamericani. Memorabile la scena in cui Katherine, sgridata dai propri superiori bianchi per le proprie prolungate assenze, spiega come persino andare in bagno diventi un’impresa impossibile quando sei una donna nera nell’America segregata.

Il buio oltre la siepe – Harper Lee (Libro)
Il libro narra la storia di Scout, bambina vivace e un po’ maschiaccio, che vive in una cittadina dell’Alabama, nel profondo Sud degli Stati Uniti. Suo padre, Atticus Finch, è un avvocato di solidi principi, che cresce amorevolmente Scout e suo fratello Jem senza trascurare il suo lavoro, che ama profondamente a causa del suo amore per la giustizia. Ad Atticus viene affidata la difesa di Tom Robinson, un bracciante nero accusato di aver violentato una ragazza bianca. Tom ha ovviamente tutti contro: il bias negativo che la popolazione bianca dell’Alabama nutre nei confronti degli afroamericani non può che renderlo colpevole a prescindere, soprattutto perché la vittima è una ragazza bianca. Attraverso lo sguardo di Scout vediamo dipanarsi una storia di ingiustizia, in cui il contesto del Sud degli Stati Uniti viene dipinto con estremo realismo. Il libro ha vinto, nel 1961, il Premio Pulitzer per la narrativa.

Dear White People – Justin Simien (Serie tv)
La serie è ambientata in un fittizio college dell’Ivy League (la lega delle università più prestigiose degli Stati Uniti) a maggioranza bianca. All’interno del college però vivono e studiano alcuni studenti afroamericani che hanno deciso di riunirsi in diverse associazioni e che, con metodi e approcci diversi, cercano di affrontare il tema delle disparità razziali nell’ambiente del college e negli Stati Uniti in generale. Tra questi abbiamo Sam White, la quale, stufa delle discriminazioni che vive ogni giorno sulla propria pelle, crea un programma radiofonico intitolato proprio “Dear White People”, in cui cerca di educare, spesso con toni anche duri, gli studenti bianchi del campus su vari temi legati al razzismo. La pluralità delle voci dei protagonisti, il cui punto di vista è analizzato nelle varie puntate, permette di spaziare tra molti temi legati alla questione razziale. Per una persona al di fuori del contesto statunitense però risulta qualche volta difficile seguire tutte le dinamiche che vengono illustrate, essendo queste molto peculiari dell’ambito americano.

12 anni schiavo – Steve McQueen (Film)
Per capire come tutto è cominciato, non posso che raccomandarvi questo film. Attraverso la storia personale Solomon Northup, autore dell’autobiografia da cui il film è tratto, possiamo avere una chiara immagine di cosa succedesse agli sfortunati che venivano catturati come schiavi. Solomon è un violinista che vive libero nello Stato di New York, ma, a causa di un inganno, viene catturato, imprigionato e costretto a diventare uno schiavo in Lousiana. Il film non si risparmia scene forti, che ci aiutano a comprendere quanto realmente disumana fosse la condizione degli schiavi negli Stati Uniti di metà ‘800. Un ulteriore motivo per cui guardare questo film risiede nel cast, composto da grandissimi nomi tra cui un’esordiente Lupita Nyong’o, che vincerà un Oscar per il ruolo della giovane schiava Patsey.